Io
Che incredibile avventura!
Dopo aver sognato ed organizzato per mesi, finalmente ci siamo...
Le feste di Natale mi vedono con la testa ai preparativi: dappertutto in casa si trovano borse, sacchetti, liste spuntate, borsoni e attrezzatura!
L'ultima distrazione è il cinema del 26, poi arriva il giorno della partenza, martedì 27; fortunatamente il volo è la sera alle 21,50, quindi ho tutto il tempo di ultimare con calma i preparativi.
Poco prima delle 17,00 ecco l'auto dei miei che viene a prendermi per accompagnarmi in aeroporto; a Malpensa le operazioni di check-in sono già in corso e c'è una fila lunga e colorita di gente con tonnellate di bagagli: del resto, il limite della Ethiopian Airlines è molto generoso, 2 valige da 23 kg più 7 kg di bagaglio a mano!
Il volo sul Boeing 767 è confortevole e, a differenza di altre volte, riesco pure a dormire qualche ora.
Alle 6,30 atterriamo ad Addis Abeba, in Etiopia e, dopo un'attesa di 3 ore e 30', si riparte con un altro volo con destinazione Kilimanjaro International Airport, in Tanzania.
Il fuso orario è avanti di 2 ore rispetto all'Italia.
Verso le 13,00 atterriamo, sotto una sottile pioggia, ma con un caldo che mi fa dimenticare subito il rigore dell'inverno europeo. Come sempre, anche stavolta il mio fisico si abitua subito all'estate!
Il mio bagaglio consiste in due borsoni morbidi, come previsto dal regolamento, visto dovranno essere trasportati a spalla dai portatori sulla montagna; niente valige rigide.
Per risparmiare spazio, ho gli scarponi da montagna ai piedi.
Avendo con me il certificato internazionale di vaccinazione contro la febbre gialla ed avendo già il visto sul passaporto, passo davanti a trecento persone ed in pochi minuti ecco già spuntare le mie borse dal nastro trasportatore.
Esco dal gate e trovo una selva di persone con cartello: individuo il "mio uomo", quello con il mio nome indicato, il quale prende il mio carrello con i bagagli e mi invita a seguirlo.
Il mio sguardo è rapito dalla bellezza della bandiera tanzanese, dai suoi splendidi colori.
L'autista mi accompagna ad Arusha e già mi diverto un mondo ad osservare attentamente dal finestrino la vita dello splendido popolo tanzanese; dopo un'ora e mezza, eccoci all'Impala Hotel, dove mi viene assegnata una bella camera; mi ci rinchiudo, temendo la puntura della famigerata zanzara anofele, foriera di malaria.
Ho infatti deciso di ritardare l'inizio della profilassi, per non incorrere in problemi durante la mia salita della montagna. Dal momento che al di sopra dei 1.800 m di quota non c'è pericolo di zanzare, questo è uno dei pochi frangenti in cui sono esposto al rischio; cerco di ovviare con robuste dosi di spray repellente.
A metà pomeriggio scendo nella hall dell'albergo per l'incontro con un incaricato dell'agenzia, per il briefing finale: logistica, orari, verifica attrezzatura.
Faccio la conoscenza con altri due clienti, che saliranno insieme dalla Machame Route: un professore universitario americano ed un simpatico ragazzo dall'Oman.
Ci diamo appuntamento per cena, dove potremo scegliere tra i quattro ristoranti di cui dispone l'hotel: internazionale, africano, cinese ed italiano.
Poi torniamo in camera a chiudere le borse; lascio un bel po' di roba in albergo, durante la scalata: ciò che userò solo dopo durante i safari; poi mi godo l'ultima doccia, non so quando farò la prossima...
Un sms a casa, cena presto e un po' di lettura mi conducono tra le braccia di Morfeo.
La sveglia è alle 6,00; colazione abbondante, alle 8,00 si parte.
Purtroppo il meteo è ancora incerto: non piove, ma le nuvole mi nascondono la vista della montagna...
Dopo quasi un'ora e mezza arriviamo alla cittadina di Moshi, dove entriamo in una sorta di vicolo sterrato, in realtà un vero e proprio mercato:
L'autista ferma l'auto e salgono gli altri ragazzi della mia crew: la guida Rumisha, un portatore ed il cuoco; con loro, carichiamo una quantità notevole di provviste, direttamente dal "negozio":
Arriviamo finalmente al Marangu village, punto di partenza della salita e sede del gate del Kilimanjaro National Park.
Mentre i portatori preparano i carichi, io e la mia guida Rumisha ci rechiamo allo sportello del parco per sbrigare le questioni burocratiche: permesso di scalata, firme, moduli vari.
In un primo momento, ancora all'hotel ad Arusha, mi presentano l'autista come la guida e resterò convinto fino al terzo giorno di salita che la guida non sia Rumisha, ma che (boh?) si farà vivo per le fasi culminanti della salita... In effetti, per tutta la salita vedrò raramente i miei portatori salire, in quanto lo fanno ad orari diversi dai miei, ed anche a ritmo diverso. Quindi io salirò sempre con Rumisha ed alla fine capirò che la vera guida è lui.
Pessimisti, i portatori intanto ricoprono tutti i carichi con coprizaino e teli impermeabili: se lo dicono loro... temo che pioverà...
Mi avvicino al punto di partenza vero e proprio, leggendo i vari cartelli informativi che caratterizzano la zona:
Ci siamo: verso le 11,30, finalmente, con una certa emozione varco la soglia del sentiero della Marangu Route (PD 96 km), mentre i controllori del parco verificano con un dinanmometro che i carichi dei portatori non superino il limite massimo:
Rumisha mi ricorda subito il motto celebre in tutto il mondo, durante la salita del Kili: Pole Pole! - piano piano, per gestire le energie e soprattutto cercare di acclimatarsi a dovere.
Circa un mese fa un uomo è morto a causa del mal di montagna e la gente che rinuncia strada facendo rappresenta il 60-70% del totale...
Il primo giorno il programma prevede la salita dal Marangu Gate (m 1.800) a Mandara Hut (m 2.700), il primo lodge, dove pernotterò; la relazione parla di 5 ore di salita.
Una delle caratteristiche che rendono uniche al mondo la scalata del Kibo è il fatto che si attraversano praticamente tutte le fasce climatiche del pianeta in pochi giorni: il primo giorno parto con circa 27°C e salgo nel pieno della foresta pluviale, splendida:
Saliamo tranquilli, mi guardo attorno ed ascolto i versi di migliaia di animali diversi: respiro l'Africa!
La mia guida mi indica talvolta qualche magnifico uccello colorato o le scimmie che si agitano sui rami degli alberi.
Ovviamente Rumisha e la sua banda parlano swahili e inglese: bene, così migliorerò un po' il mio inglese non proprio impeccabile!
Poco più di un'ora dopa la partenza, ci fermiamo in un'area con tavoli e panchine in legno, dove trovo già i portatori con il fornello acceso, intenti a preparare il pranzo: fantastico!
Mangio una zuppa ed un doppio sandwich caldo farcito con verdure grigliate, bevendo il primo di una infinita serie di litri di thè, ma proprio in quel momento... comincia a piovere.
Siamo in una foresta pluviale, infatti... più che una pioggia, è un diluvio!
Inizia a piovere fortissimo e non smetterà più fino a sera...
Riprendiamo a salire, chiedendo riparo ai moderni materiali waterproof, i quali fanno quello che possono: tengono per un po', ma poi la pioggia torrenziale e prolungata ha la meglio.
Nonostante il sentiero sia sostanzialmente al di sotto di una foresta rigogliosa, mi giunge in testa a secchiate...
Il sentiero stesso si trasforma presto in un torrente: ok, avanti senza pensare troppo, finirà prima o poi...
Infatti, dopo circa 3 ore di cammino, eccoci a Mandara Hut (m 2.700), la fine della prima tappa:
Il campo è molto bello, composto da una serie di piccoli lodge in legno di forma triangolare, ognuno con due accessi, davanti e dietro, e suddiviso in due stanzini trinagolari da quattro posti ciascuno.
Trovo seduto nel mio lodge un ragazzo giapponese, di cui non capisco il nome, ma che si dimostra subito simpatico; cerchiamo di stendere alla meglio la nostra roba completamente zuppa, anche se sarà difficile pretendere che asciughi qualcosa, con l'umidità totale che c'è in giro.
Mi sistemo sul mio letto e leggo il libro di Harrer che mi accompagnerà nel mio viaggio in Tanzania.
Più tardi si aggiunge un terzo ragazzo nel nostro lodge: è un australiano, molto simpatico e socievole, anche lui alle prese con il problema di far asciugare qualcosa...
Alle 18 uno dei portatori (quello che per tutti i sei giorni di salita penserò sia il cuoco, essendo quello che mi porterà sempre il cibo...) viene a chiamarmi, la cena è pronta.
Raggiungo la sala in legno più grande posta in mezzo al campo, adibita a sala da pranzo: su ogni porzione di tavolo sono disposte le tovaglie colorate (la mia sarà sempre quella verde) con piatto, posate e thè, che ogni portatore prepara per il suo assistito.
La cena è ottima, io sono in perfetta forma; l'unico problema è la pioggia...
Dopo cena riesco ad inviare un sms a casa ed ascolto una donna francese, che riconosco essere la mia vicina di posto sull'ultimo volo da Addis Abeba, avvertire la sua guida che la salita per lei è già finita: è un po' influenzata, come avevo già notato in aereo due giorni prima, e con queste condizioni meteo preferisce scendere; il marito invece continuerà la salita.
Mi infilo poi nel mio sacco a pelo e chiudo la mia prima giornata di spedizione in montagna, con l'unico desiderio di svegliarmi con un bel sole.
Invece... al risveglio sta ancora piovendo!
Una pioggia leggera, ma costante. Ottima ed abbondante colazione: assaggio per la prima volta in vita mia il porridge, tipica colazione anglosassone, che trovo piuttosto buono; proseguo con salsicce, pane tostato e frutta, il tutto innaffiato da molto thè, ovviamente di marca Kilimanjaro, così come l'acqua minerale!
Si riparte: il programma oggi prevede la salita da Mandara (m 2.700) a Horombo Hut (m 3.720), con uno spostamento orizzontale di quasi 12 km!
Il tempo previsto è di 6 ore. Sotto la pioggia, non sarà il massimo della vita...
Stavolta indosso anche le ghette sugli scarponi, oltre al poncho, per evitare che troppa acqua vi si riversi dentro: comincio infatti a realizzare che il mio problema principale potrebbe rivelarsi avere scarponi e piedi bagnati quando raggiungerò la parte alta della montagna, dove le temperature scenderanno sotto zero...
La pioggia fortunatamente non è forte come ieri, ma pur sempre fastidiosa; inoltre, continuo a non aver ancora visto... il Kilimanjaro, nonostante lo stia salendo!
Salendo sempre a buon ritmo, in quattro ore e mezza raggiungo Horombo, dove subito i miei ragazzi preparano il pranzo, nella grande sala appositamente allestita.
Si dorme in lodge in legno triangolare del tutto identici a quelli di Mandara: stavolta sono con due simpaticissimi olandesi, padre e figlio (Thomas), cui si aggiungerà più tardi un ragazzo francese, solitario come me, reduce dalla vetta della montagna! E' stanchissimo e dice di aver sofferto molto il freddo, la mattina in cima.
Dopo cena, vale a dire prima delle 20, siamo tutti a nanna nei sacchi a pelo, ognuno perso nei suoi pensieri: io resterò a Horombo per la giornata di acclimatamento, il francese ripensa ai fasti della vetta conquistata, mentre i due olandesi sono molto tesi in vista della salita al Kibo Hut (m 4.700) e dell'attacco alla vetta che inizieranno la sera seguente alle 23.
L'indomani, terzo giorno sulla montagna, ci svegliamo verso le 5,30, anche se io potrei dormire ancora.
Finalmente penetra la luce nel lodge: quando usciamo, infatti... il sole!!!
Mi precipito fuori: fantastico, il sole e, finalmente, la vetta è visibile, anche se ancora molto lontana:
Per prima cosa, mi affretto a stendere sui massi intorno al lodge tutte le mie cose bagnate, a partire dagli scarponi e dalle calze...
Poi mi aggiro per il campo facendo qualche foto:
Il mio lodge, sollevato da terra come gli altri per evitare l'intrusione di topi:
L'interno: io ho dormito a destra, in alto la roba del francese e a sinistra l'ultimo borsone degli olandesi, già in procinto di partire verso l'alto:
Il mio programma oggi prevede una breve salita fino alle cosiddette Zebra Rocks, una struttura rocciosa che presenta strisce chiare e scure, meta dell'ascensione fino a Quattromila metri che dovrebbe favorire l'acclimatamento, secondo la famosa regola Climb high and sleep low; infatti tornerò a dormire una seconda notte ad Horombo.
Verso le 8,30 incontro Rumisha: siamo pronti a partire, quando però il sole è già sparito per far spazio a nebbia e nuvole.
Saliamo a velocità tranquilla, come da copione, e purtroppo la mia guida indossa già gli indumenti antipioggia...
Il panorama è già molto diverso rispetto ai giorni scorsi: la foresta pluviale ha lasciato spazio alla brughiera, i cui arbusti diventeranno sempre più bassi e radi:
Continuiamo a salire, io penso quasi solo a far asciugare i miei scarponi: non posso certo salire in cima con 10 o 15 gradi sotto zero con i piedi bagnati... avrei solamente da scegliere a che altezza amputare le mie povere estremità... Speriamo la situazione migliori.
Intanto, mentre continuo a seguire le tracce di Rumisha, che non parla quasi mai mentre saliamo, cerco di monitorare continuamente il mio stato fisico: bene, direi tutto ok, fin qui!
Dopo meno di due ore, ecco le Zebra Rocks:
In effetti, il nome ha un suo perchè...
Gli altri si riposano, Rumisha ed alcuni miei "colleghi" che abbiamo raggiunto poco prima, mentre io mi avvicino a quella che sostanzialmente è una falesia di alta quota:
Nessun segno di chiodatura, però.
Scendiamo: a parte qualche goccia, non pioverà per oggi.
Tornato al campo, mi dicono che devo cambiare lodge: ok, sposto la mia roba in un'altra struttura poco distante e... chi incontro? Il mio amico giapponese con cui ho pernottato a Mandara. Anche lui mi dice di trovarsi in perfetta forma, per il momento.
Solita cena alle 18,00, poi mi preparo la roba, lavo i denti e mi infilo nel sacco a pelo.
Solita cena alle 18,00, poi mi preparo la roba, lavo i denti e mi infilo nel sacco a pelo.
Mi viene in mente che oggi è il 31 dicembre: però... la sera di Capodanno, a letto alle otto!
Il mio programma stilato a casa prevedeva che stasera iniziassi a prendere la prima delle dosi ridotte di Diamox, il diuretico notoriamente efficace per prevenire il mal di montagna: visto che mi sento benissimo, che ho usuffuito del giorno di acclimatamento e che non ho mai sofferto fino ad oggi in montagna, decido di non volermi sobbarcare eventuali effetti collaterali e non assumerò medicinali.
Intanto si sono aggiunti due coniugi belgi, che sinceramente non mi paiono avere proprio il fisique du role...
Come sempre, l'unica vera speranza è che il meteo sia bello...
Il programma domani prevede la salita alla Kibo Hut (m 4.700) e poi la notte successiva... il tentativo di vetta.
Come al solito, la sveglia non serve: un po' la sveglia biologica, un po' il movimento di altri nel lodge... eccomi sveglio: mi pare che entri molta luce dall'esterno. Infatti, appena apro la porta, un sole spettacolare brilla in cielo!
Mi vesto e, carico di aspettative, scatto foto al campo:
I preparativi fervono tra le guide ed i portatori; qui c'è sempre movimento, in ogni campo si incrociano continuamente quelli che salgono e quelli che scendono.
Dopo colazione, preparo le mie borse e mi dirigo impaziente verso l'angolo delle guide, cercando Rumisha con lo sguardo.
Eccolo! OK, ci siamo, prendo lo zaino in spalla e siamo pronti a partire, mentre i portatori verificano la consistenza dei loro carichi, tra grandi risate ed un clima decisamente allegro e cameratesco:
Saliamo, si sta benissimo e mi sento bene: per circa un quarto d'ora ripercorriamo il sentiero di ieri verso le Zebra Rocks e la Mawenzi Hut, poi svoltiamo a sinistra e continuiamo a salire in mezzo alla brughiera di alta montagna.
Più tardi, raggiungiamo la sommità di un risalto e la vista si apre sul cono sommitale del Kili, ancora molto lontano:
Qua e là spuntano rocce basaltiche, quando ormai siamo oltre i Quattromila metri di quota:
La salita è un susseguirsi di pendii con salita abbastanza marcata con altri pressoché orizzontali, infatti lo sviluppo orizzontale di questa via è decisamente marcato: 48 km!!!
Rumisha, con il Mawenzi alle spalle:
Ecco il cono sommitale che pian piano si avvicina, con i suoi ghiacci eterni, nonostante siamo a soli 3° di latitudine dall'equatore:
Verso quota 4.200 m, oltrepassiamo l'ultimo possibile punto di rifornimento d'acqua, dopo il quale la brughiera lascia spazio al deserto di alta quota e non troveremo più acqua, nemmeno al rifugio:
Rumisha si fa fotografare con la vetta ed il sentiero come sfondi:
Lui ha già percorso molte volte la via, per me invece è tutto nuovo, ad ogni curva mi imprimo tutto nella mente, come sempre in montagna:
Sono in forma e finalmente tranquillo, i mie scarponi sono asciugati e posso guardare con fiducia alla vetta.
Anzi, Rumisha mi spara una mezza proposta che mi lascia un po' spiazzato: dice che ormai ha notato che fisicamente sono in forma e in montagna so il fatto mio; in più, finalmente la giornata è splendida anche dal punto di vista meteorologico, per cui non esclude la possibilità di proseguire oltre la Kibo Hut e puntare direttamente alla cima già oggi, bruciando una tappa!
Il programma classico prevede salita di 1.000 m di dislivello fino alla Kibo Hut (m 4.700), in 5 o 6 ore, poi pranzo e riposo fino alle 23,00, l'ora della sveglia per partire a mezzanotte verso la cima, da raggiungere in 7-8 ore.
Intanto ora siamo abbastanza vicini al cono terminale della montagna affinché Rumisha possa indicarmi quella che sarà la nostra via di salita durante l'ultimo balzo verso la vetta:
L'ambiente è veramente incredibile: deserto di alta quota, quando ormai siamo a circa 4.500 m di altitudine:
Frattanto, incontro una piccola comitiva di alpinisti che scendono, con la loro guida: due di loro sono i miei amici olandesi, padre e figlio, che mi dicono che purtroppo non sono riusciti a salire in vetta a causa del freddo intenso e soprattutto del mal di montagna.
Pazienza, dico loro, la montagna di lì non si muove e si può sempre ritornare (in realtà, sappiamo tutti che mi gireranno parecchio le scatole, se facessi la stessa fine...); li saluto con l'augurio di incontrali da qualche parte sulle nostre Alpi, poi proseguo.
Pazienza, dico loro, la montagna di lì non si muove e si può sempre ritornare (in realtà, sappiamo tutti che mi gireranno parecchio le scatole, se facessi la stessa fine...); li saluto con l'augurio di incontrali da qualche parte sulle nostre Alpi, poi proseguo.
Alla mia destra, il bellissimo Mawenzi, che stiamo praticamente aggirando dal primo giorno:
Finalmente siamo in vista del rifugio, anche se il tratto finale pare interminabile:
Dopo sole 4 ore, eccomi varcare l'ingresso della Kibo Hut (m 4.750):
Il sole splende alto in cielo, ma qui tira un vento gelido decisamente fastidioso.
Mi assegnano la stanza, nella quale c'è un tavolo su cui la mia crew mi serve il pranzo; insieme a me stanno pranzando due americani che avevo già notato ad Horombo due giorni fa: sono semplicemente distrutti... Uno dei due, che avrà almeno 60 anni, si addormenta da seduto, mentre l'altro non riesce a stare in nessuna posizione, scosso da crampi continui...
Intanto Rumisha mi conferma che se voglio possiamo tentare la salita subito dopo mangiato, partendo nel primissimo pomeriggio e tornando ovviamente stasera col buio.
"Se lo dici tu... per me va bene, proviamoci: mi sento bene e non sono troppo stanco dalla salita di stamattina".
"Se lo dici tu... per me va bene, proviamoci: mi sento bene e non sono troppo stanco dalla salita di stamattina".
OK, mangio e subito dopo indosso gli abiti pesanti: pantaloni di alta quota, doppi calzettoni, lenti a contatto per poter usare gli occhiali da ghiacciaio e giacca a vento nello zaino, insieme alle ghette ed ai doppi guanti (windstopper e piumino).
Tra lo stupore generale (il rifugio ospita una sessantina di persone, più tuttle le guide ed i portatori accampati nelle tende intorno), alle 13,15 io, Rumisha ed uno dei miei portatori ci avviamo lungo il sentiero che sale in cima, da soli:
Purtroppo non so il nome del mio secondo compagno di salita:
Io indosso uno zaino dal peso non indifferente, mentre la mia guida non ha nulla; il portatore ha il compito di aiutare la guida nell'eventualità che io stia male e debba essere trascinato giù, inoltre da contratto dovrebbe avere la bombola di ossigeno nello zaino in caso di emergenza, insieme al kit di primo soccorso.

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